ITA #2

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 RUMORE

Il problema dei Penelope sulla Luna è il nome, che per un po’ mi ha fatto indugiare nell’ascolto: fra ’Marta sui tubi’ e un ’Non voglio che Clara’ alla fine il pavido recensore potrebbe anche pensare che siate un gruppo tedioso come quelli succitati e invece no, sorpresa sorpresa. A quanto pare i ripetuti raid dei Mono sul lato oscuro della costa est hanno prodotto schiere di emuli e voi la vostra porca figura ce la fate: c’è gente che ha 20 anni di più di voi a fa fatica a far macinare ai suoi strumenti il post [omissis] strumentale di un certo livello anche per solo la metà dei 53 minuti del vostro cd. In alcuni frangenti mi avete ricordato i momenti apocaliptico-catartici dei mai abbastanza compianti ’City of Caterpillar’, buon segno. Poi probabilmente ci saranno un centinaio di gruppi simili a voi, ma l’anima pesante e al tempo stesso leggera e in grado di svolazzare come un Fortunadrago c’è, e a sprazzi fa capolino dai solchi del dischetto: avanti così che per la ricerca di un Penelope’s touch c’è tempo.

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 ROCKIT
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Una balena sorvola spazi siderali in cui è la leggerezza degli spiriti a portarla in volo in universi che non avrebbe mai immaginato di visitare. Penelope sulla Luna non è solo il nome di una band formatesi nel 2005 a Ferrara, ma un laboratorio di suoni in cui le parole lasciano spazio ad un florido racconto esclusivamente strumentale. La copertina della loro prima fatica discografica, “My little Empire” è un manifesto artistico che schizza compiutamente la sua disposizione musicale: una commistione di mondi sonori in cui si rinuncia alle etichette per favorire una disposizione solida all’esplorazione musicale. Rintocchi di piano che danno vita ad armonie laceranti per intensità (“Butterfly Drama 1″), dilatazioni musicali che innescano un crescendo di distorsioni ineccepibili (“Melodia per teste rotte sugli scogli”): il suono di questo quintetto emiliano è celestiale nella stessa misura in cui sporca le sue mani nel catrame. Non ci sono i soliti clichè del genere ma un post-rock orchestrale in cui synth, violini (magistralmente suonati da Massimo Bevilacqua dei Milaus) e chitarre riescono a suonare all’unisono. Le aperture sono estremamente rigorose e i passaggi strumentali eludono spesso le ripetizioni convenzionali. Il suono ha una forza evocativa in cui coesistono rarefazioni e ombre lunghe che ti tengono nel calore della semi-oscurità. Le atmosfere ultra dilatate del post-rock alla Mogwai danno linfa al delay e alle distorsioni fangose che rimandano alle dissonanze elettriche dei My Vitriol. Le melodie risultano piene di naturalezza e mai artificiose. Saliscendi strumentali e tappeti effettati erigono in definitiva l’impianto sonoro su cui si regge questo album. Elementi questi che confermano il valore di una band decisamente ispirata e desiderosa di mettere le mani su qualcosa di più corposo.

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 ONDAROCK
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2009:odissea nello spazio. La stazione orbitale Penelope, nei pressi della luna, attende il ritorno della navetta spaziale Ulisse, in ricognizione sulla terra, un pianeta sovraffollato e semi-affondato che pensa di poter vivere senza ozono. Gli anni volano, in assenza di gravità. Una scia di note, che tesse nella sua faccia illuminata e disfa in quella al buio, è il suo richiamo. Primo vero disco per i ferraresi, dopo un’edizione limitata e uno split, questo “My Little Empire”.
La via italiana al post-rock. Fra le sponde eteree dei Mogwai (“Back To The Teenage”) e quelle più scoscese e rocciose dei Built To Spill (“Big Whoop”), qualche giro hard-rock, qualche scansione prog (“The Brain Drain”), un senso della melodia ariosa e viscerale come solo una band italiana può concepirla. E se qua e là si ravvisa un certo impaccio nel sorreggere la transizione fra la canzone, pur estesa e dilatata, e la suite, pezzi come il dittico “Butterfly Drama”, vibrato spaziale romantico e
neoclassico (con reminescenze di Bach), in perfetto equilibrio fra le parti elettroniche e strumentali, lasciano presagire un futuro luminoso. Ma prima di esultare, aspettiamo ansiosi che la dea Atena ci annunci il loro ritorno.

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 MESCALINA
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I Penelope Sulla Luna vivono, si nutrono e respirano in quella fetta di spazio a cavallo tra la notte ed il buio, in quell’inconfessabile metapsichica silente dove il verbo non comunica che disturbo, preferendo e delegando le onde empatiche del suono a rappresentarli in tutta la loro opacità di ombre accecanti. La band ferrarese si affaccia in “chiaro” con il debut-album “My Little Empire”, un bel cinquantatrè minuti di sound nerofumo che innalza la bandiera del post-rock shoegazer; non solo lirismi retrò-garde, ma anche rumorismi, chitarre tragiche ed effetti elettronici che rimarcano assiduamente la caratterialità “rimurginante” del quartetto, il “broncio” esangue che ha stigmatizzato le deep depressions dei Mono, My Vitriol, Gregor Samsa o Seidenmatt per citare qualcosa, ma che in questo album eccheggiano e si muovono furtive. Un battesimo, questo dei PSL, oltre che di buona resa strumentale, oserei dire di fuoco, impavido nell’addentrarsi nel limaccioso pantano color antracite dell’indefinito post-rock dà poche speranze di evasioni e scorrerie oltre la sfera del gravitazionale fattore “nicchia”, per i cosidetti “pochi ma buoni”, affermazione questa molto camp negli ambienti darkeggianti underground. Ad ogni modo la nostra band sa giostrarsi molto bene al buio dei suoi intarsi decadenti, ci crede e questo è l’importante per una futura evoluzione nel campo: in queste dieci tracce mute di voce e ricche di tensione/passione all’ingiù sottolineo per un ascolto “guidato” le stupende “Butterfly Drama” (1 e 2) e “Fortunadrago” a mia veduta teste di serie di tutto l’album. Ora Penelope se ne ritorna sulla sua luna e, se in qualche episodio l’intensità ed il romanticismo “malato” della sua malinconia possono apparire un po’ sopra le righe, poco importa. Chi pensa come Penelope che la musica è passione tra luci ed ombre saprà certo giustificare certi eccessi.

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 FLASH MAGAZINE
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PER CHI ASCOLTA: post-rock psichedelico interamente strumentale.
Pur non essendo particolarmente appassionato di dischi interamente strumentali, devo ammettere di essere stato piuttosto colpito, negli ultimi anni, da diverse band dedite a questa tipologia di proposta musicale; penso ai Capricorns, agli Zu o, ancora, ai Sepia Dreamer, tanto per fare qualche nome alla rinfusa. A questi vanno ora aggiunti anche i nostrani Penelope Sulla Luna, i quali giungono al loro debutto discografico con un platter profondamente delicato e visionario. Le nove tracce che compongono “My Little Empire” riescono, infatti, a dare una tenue forma onirica al post-rock di partenza, traducendo le dilatazioni psichedeliche, su cui si fondano la maggior parte delle composizioni, in un linguaggio sfocato, colmo di variegate sfumature cromatiche e di lunghe digressioni metafisiche. Vi è un ché di filosofico nella musica dei Penelope Sulla Luna, giacché il quintetto italiano ama cullare dolcemente l’ascoltatore, trasporlo in una dimensione sospesa a metà tra il visibile e l’invisibile e, quindi, porlo dinanzi a una concettualità sonora che fa dello sperimentalismo la sua bandiera. Omogeneo, compatto, a tratti nostalgico: “My Little Empire” è un lavoro alquanto ispirato e fresco, che difficilmente annoierà gli amanti del post-rock e della sperimentazione tout court. C’è ovviamente da dire che un simile album non è alla portata di tutti e può essere apprezzato soltanto da chi cerca nella musica riflessione, atmosfera e una valvola di sfogo per l’immaginazione, non certo rabbia e istinto. (DS)
MASSIMA ALLERTA: le melodie sognanti di “Third Brain Drain”
COLPO DI SONNO: un album strumentale non è per tutti!

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 ROCK SHOCK
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Com’è misteriosa questa Penelope Sulla Luna, così lontana dal sole di Itaca.
Perché se ne sta sul suo satellite, attraversata da una luce intermittente, a tessere e disfare trame musicali?
Forse è in attesa del ritorno di Ulisse, oppure vuole inviare un segnale al pianeta Terra: quel che è certo è il suo galleggiare senza gravità tra distacco malinconico (Space Donut) e parentesi post-rock alla Mogwai (Back to the teenage), tenendo la rotta a metà strada tra l’abbandono solitario cosmico e l’avvicinamento al pubblico terrestre. Il suo messaggio è My little empire, primo disco per la band ferrarese, retrospettiva interamente strumentale di introspezioni manifestate con valanghe hard rock (Big Whoop) e mitologiche tragedie spaziali tessute da inflessibili chitarre. I violini e il lacerante piano del dittico Butterfly Drama raggiungono picchi di commovente lirismo neoclassico e conducono l’ascoltatore verso profondità spaziali ignote e sconosciute, portando alla memoria per un attimo certe dissonanze elettroniche simil Klaus Schulze. Non importa se il quartetto ogni tanto perde la bussola con brusche virate rock (Third brain drain) o eccede in infinite distorsioni (Space Donut), i ragazzi hanno buone idee e impareranno a gestire il proprio patrimonio. Per ora basta il ricordo scolpito di dilatazioni rarefatte che ci cullano dolcissime e ci lasciano dolcemente nel dubbio: cosa mai ci farà Penelope Sulla Luna?

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 INDIE FOR BUNNIES
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Per tutti coloro non interessanti nella musica senza testi e cantato consiglierei di passare oltre e leggere qualche altra recensione. Se siete invece intrigati da trame sonore che non si perdono in inutili divagazioni cerebrali, crescendo che lentamente s..impadroniscono del vostro corpo ed esplosioni belliche seguite da echi atmosferici, allora questo disco é fatto su misura per voi. Con nove tracce dipinte in tinte chiaroscurali escono allo scoperto i ferraresi Penelope Sulla Luna, esordendo per la Nagual Records con un’opera fermamente impiantata nel post-rock strumentale.Inerpicandosi lungo sentieri già percorsi in passato da gruppi quali Mono e Mogwai (giusto per citare gli esponenti più influenti del lotto) il quintetto emiliano si muove tra rarefazioni introspettive e tempeste distorsive: le melodie fluttuano in continuo divenire, le rotte sonore tracciate da piano e chitarre s..intersecano in piú di un..occasione generando intensi vortici musicali, titoli ironici che sottotitolano composizioni dall..elevato impatto emotivo (i due episodi di “ Butterfly Drama” meritano una menzione particolare).Un lavoro che si rivela piacevole pur senza reinvetare la ruota. É tuttavia sempre un piacere ascoltare nuove leve piene di entusiasmo capaci di tradurre in note l..energia di cui sono carichi. Per il momento una promessa che potrebbe diventare realtá in futuro.

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 ROCKLAB
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Bisogna ammettere che non serve un grande esperto così come non c’è bisogno neanche di qualche fanatico per constatare come negli ultimi anni in Italia (e non solo) i gruppi di post-rock alla Mogwai e simili abbiano proliferato come conigli e in questi casi bisogna riconoscere che è ben difficile individuare chi ha dato il via a questo “andate e moltiplicatevi”, ma è facile constatare come la qualità si sia fortemente ridotta. Grazie al cielo però tra questa miriade di gruppi ogni tanto emerge qualcuno che pur restando nel genere riesce a fornire comunque ascolti piacevoli; è il caso dei Penelope Sulla Luna. I cinque ragazzi ferraresi imbastiscono nove tracce che, seguendo le orme lasciate dai gruppi post-rock strumentali ormai classici, si lasciano ascoltare con piacere, grazie soprattutto ad una buona varietà nelle composizioni che difficilmente si adagiano su un unico indirizzo sonoro. I brani di ’My Little Empire’ passano così con disinvoltura e una apprezzabile versatilità da momenti più potenti e chitarristici a atmosfere più rilassate dimostrando gran cura nella scelta degli arpeggi. Il progetto musicale dei Penelope Sulla Luna risulta forse ancora un po’ troppo embrionale per dare giudizi definitivi – le code dei brani sembrano un po’ troppo frettolose – ma tra le righe di queste canzoni si percepiscono spunti in fase di composizione che se ben sviluppati potrebbero portare a risultati molto interessanti.

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 SONIC BANDS
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Non servono parole all’insediamento di Penelope Sulla Luna, il giovane quintetto ferrarese, dopo appena un paio d’anni di attività, incide la propria prima autoproduzione al Natural HQ. Trattasi di nove brani dalla natura strumentale, composti con gusto, resi con eleganza. La matrice del suono è il post rock, quello dei Mogwai, dei Mono o dei nostrani Giardini di Mirò, emozionante e graffiante, con sezione ritmica ipnotica, semplice e pulita su cui le chitarre tessono trame malinconiche che sanno anche liberare potenza pura. 53 minuti sognanti e dalle suggestive atmosfere pronte a cullare, avvolgere, ma anche stritolare e soffocare. C’è anche qualche ospite, tra cui spicca il nome di Massimo Bevilacqua dei Milaus che suona il violino in tre brani, questo a sottolineare la cura anche dei particolari da parte dei Penelope Sulla Luna. Questo “My Little Empire” suona veramente bene e mostra qualità che in poche band hanno all’esordio. Non c’è che da seguire la strada intrapresa, costruendo un impero sempre più grande.”

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 ONDALTERNATIVA
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Bandite le liriche, a parlare sono le sensazioni d’alienazione e non. Registrato al Natural Head Quarter Studio di Ferrara, a soli due anni dal concepimento e nascita del gruppo, il primo album dei Penelope sulla luna marca il terreno del post rock italiano di evoluzioni trasognate e spirali distorte. É la copertina stessa a dirlo, parafrasando la pesantezza di un balena capace di fluttuare sopra un pianeta popolato di nuvole e leggerezza. Nel brusio di un’immaginaria radio valvolare, si apre il sipario azzurro dei “Penelope sulla luna”, e in 53 minuti, lasciano che tutti possano vedere qualcosa.

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 NERDSATTACK!
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’My Little Empire’ è il titolo dell’album che racchiude nove tracce di post rock purissimo. E questo è, almeno per chi scrive, un gran pregio. La musica e le emozioni la fanno da padrone in questi 53 minuti rigorosamente muti, come da miglior tradizione post, durante i quali le melodie semplici e minimali vengono aggredite da violente sciabolate di distorsione (complimenti alle due chitarre della band), creando quelle atmosfere cui nel corso degli anni ci hanno abituati gruppi del calibro di Mono, Explosions In The Sky, ma anche i nostrani Giardini di Mirò (quelli di ’Rise And Fall Of Academic Drifting’) e Moka. Insomma, un debutto che dimostra già una certa maturità negli arrangiamenti e nei suoni e che non può far altro che bene a chi avrà la fortuna di scoprire questo piccolo impero.

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 SENTIREASCOLTARE
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Registrato nella pseudo-tana di Giorgio Canali – Il Natural Head Quarter Studio di Ferrara – My Little Empire dei Penelope sulla luna è una bella scoperta in bilico tra post-rock e venature hard. Un connubio in questo caso, felice, che porta i musicisti – due chitarre, batteria, tastiere e basso – a contaminare le praterie arpeggiate delle nove tracce in scaletta con distorsioni spacey e scenari extrasensoriali roboanti di chiara matrice psichedelica. Verrebbe da paragonarli ai Vanessa Van Basten, per lo meno nell’approccio generale, pur non mostrando i Nostri attrazioni particolari per campionamenti e affini.

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 PILLBOX
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E’ stato costituito un piccolo impero da una band di Ferrara. I Penelope sulla Luna sono un timido sole nel panorama della musica “post-rock”. Un piccolo grande fenomeno metereologico come una nevicata ad agosto. La loro musica pompa evocazioni dai colori autunalli. Back to Teenage, la seconda traccia dell’album My Little Empire è un inno nazionale del rock al sapor di Jack Daniels, sostanze psicotrope e malditesta da sbronza. Consigli per l’uso: da acquistare e da ascoltare durante un bel viaggio in autostrada verso il mare d’inverno.

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 FREAK OUT! MAGAZINE
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Nel piccolo impero di Penelope si può volare a mezz’aria sospesi tra un tentativo di librarsi e i tagli di chitarre che danno staffilate o che si tendono alla consistenza di un progressive mediato dal post punk. È complesso il sound di questo gruppo esordiente e per comodità il sound che produce, possiamo definirlo post rock. Rigorosamente tutto strumentale nei nove brani di “My little empire” il sound è in evoluzione, piuttosto instabile e vibrante. Le irruenze ad un incerto implodono e vanno a finire in una fase cerebrale, anch’essa sospesa tra progressive post rock (“Melodia”). In altre situazioni i PSL si lasciano andare a
dilatazioni emotive, con lievi accelerazioni (“Butterfly Drama 1″ e “Butterfly Drama 2″). Forse questo gruppo deve capire ancora in quale direzione andare, ma intanto godiamoci anche questa ammaliante indefinitezza.

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 MUSICAOLTRANZA
http://www.musicaoltranza.net

Penelope è una band che suona post rock strumentale. Nasce nel 2005 e punta ad arrivare al suo ascoltatore attraverso le strutture e le sensazioni create dalla propria musica, piuttosto che utilizzando testi che il più delle volte assumono un’interpretazione diametralmente opposta rispetto al significato iniziale. Ho avuto modo di ascoltare per la prima volta questo album mentre guidavo, di notte, immerso nella nebbia. Post rock di stampo classico, certo, che non dice molto di nuovo, ma che cerca di esprimersi nel migliore dei modi; proprio come nel mio viaggio in macchina, durante il quale la nebbia celava ogni particolare noto lasciando che sporadici fasci di luce illuminassero ora questo, ora quel particolare, questi Penelope si destreggiano in quella che può esser definita la trafficata autostrada del post-rock, accendendo i riflettori su particolari spunti, momenti o melodie che danno un senso di originalità e capacità di personalizzare il proprio sound al di la dei soliti schemi dettati dai maestri del genere.
Notevole !

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 LOST HIGHWAYS
http://www.losthighways.it

Può il moderno rock sopravvivere senza parole? Può un brano colpire senza gridare nulla? Penelope sulla luna, cinque giovani ferraresi, provano a indagare questo campo. My little empire, primo disco a seguire un’edizione limitata autoprodotta ed uno split, si misura con la mancanza di parole per esprimere un’emozione.
In cinquantatre minuti Penelope sulla luna compie le proprie evoluzioni in brani non sempre semplici. Un’atmosfera un po’ cupa, nonostante nelle melodie non manchino le aperture, che si declina in canzoni che oscillano tra i pochi secondi di durata dell’intro Last show on the radio e i quasi dodici minuti di Whoop.
Lasciando pieno spazio agli strumenti, la band si cimenta in saliscendi, percorsi in cui si inciampa e ci si rialza, a partire da Back to the teenage, basso e chitarra a dondolare chi ascolta fino a quando la melodia cresce, la seconda chitarra e la batteria si aggiungono, in un alternarsi che sembra un dialogo. Anche se non ci sono dei testi a raccontare una storia, su queste melodie si possono innestare le fantasie di chi ascolta. C’è spazio per momenti dissonanti come Butterfly Drama #1 e #2, brani di inaspettata dolcezza e di atmosfera scura. Un disco particolare che può risultare di difficile ascolto perchè Penelope, nonostante abbia a disposizione l’intero universo, non si allontana mai dalla luna. Non sempre le melodie riescono ad agganciare la mente, soprattutto di chi non è solito a questo genere di ascolti.
My little empire si presenta comunque come un buon prodotto, segnato da una riflessività di fondo, giocata con strumenti e approcci diversi, pur mantenendosi dentro una linea generale. I brani si fondono bene l’uno nell’altro, fino alla fine, senza voce. Voce che si trattiene per tutta la durata del disco ed emerge forte solo nella ghost track, incapace di trattenersi ancora. Scoppia, non parla, grida. L’emozione non trova sempre la parola che al meglio la descriva.

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 NEGATIVE
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La prima, brillante autoproduzione dei Penelope Sulla Luna, ha già conquistato molte persone. Tant’è che la Nagual Records si è accorta di loro e fa ristampare proprio “My Little Empire” accaparrandosi questa band dalle indubbie qualità. Nove brani dalla natura strumentale, composti con gusto, resi con eleganza. La matrice del suono è il post rock, quello dei Mogway, dei Mono o dei nostrani Giardini di Mirò, emozionante e graffiante, con sezione ritmica ipnotica e pulita su cui le chitarre tessono trame malinconiche che sanno anche liberare potenza pura. Cinquantatre minuti sognanti e dalle suggestive atmosfere pronte a cullare, avvolgere, ma anche stritolare e soffocare. Davvero belle “Back To The Teenage” che (praticamente) apre e chiude il disco, lo apre nelle intenzioni della band, lo amplifica con voci nel finale nascosto e rovente, sotto il nome di “Teenage Is Coming and we’re Drunk”, la ghost track, con tante voci indefinite che sostengono un urlato che ben chiude il disco. Ottime poi “Space Donut”, “Third Brain Drain” e “Fortunadrago”, una sorta di sintesi dell’intero lavoro. C’è anche qualche ospite, tra cui spicca il nome di Massimo Bevilacqua dei Milaus che suona il violino in tre brani, questo a sottolineare la cura anche dei particolari da parte dei Penelope Sulla Luna, nel cui suono l’assenza di voci sembra un punto di forza. “My Little Empire” suona veramente bene e mostra qualità che in poche band hanno all’esordio. Non c’è che da seguire la strada intrapresa, costruendo un impero sempre più grande.

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 EXTRA MUSIC MAGAZINE
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Reduci dall’incantato mondo parallelo evocato da Mogwai, Godspeed You Black Emperor! e A silver Mt Zion le personali devozioni post-rock dei Penelope sulla Luna ritornano ad evocare e a farci credere ancora una volta che le regole possono essere ancora dettate. Innovati desideri per “My little Empire” che spoglia quel post rock da etichetta contaminandolo con dichiarate spazialità al limite della psichedelia senza comunque perdere di vista quel manierismo in derivazioni tra, trame intrecciate, dispersioni e sollevate intensità in distorsione. Intuizioni per campionamenti nell’ouverture di “Last show on the radio” che conquistano quel continuo rincorrersi di archetipa tensione, quasi pretesto su cui tendere inediti fili di mirabile ermetismo ”Back to the Teenage”. Naturali coesioni ambient per “Space Donut” allargano gli orizzonti dimenticando le premesse in stile, quasi a sostenere le iperboliche ballate elettroacustiche di “Butterfly Drama # 1″ o i fraseggi itineranti in archi e le travolgenti nevrosi chiusure di “Third Brain Drain”. Ma è proprio quando si applicano i procedimenti stilisti del genere Butterfly Drama # 2, Fortunadrago che si fa la differenza nell’intromissioni electro e nelle organiche manipolazioni di fondo che quasi sembrano prendere forma nelle melodie dirette. Tra sperimentazioni e contaminazioni elettroacustiche, l’indagine sonora dei Penelope sulla Luna è ampia, imponentemente coinvolgente e d’una bellezza fuori dal comune.

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 COMUNICAZIONE INTERNA
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Ancora post-rock, questa volta da Ferrara, per una band di cinque elementi che esordisce con un lavoro (autoprodotto nel 2007 e adesso ristampato dalla Nagual) ben curato in ogni dettaglio (a parte forse l’artwork sempliciotto), lungo i sentieri tracciati dai Mogwai e poi solcati dai nostri Giardini di Mirò. I saliscendi vorticosi, i momenti di sospensione e le conseguenti deflagrazioni chitarristiche sono perciò di routine, ma per fortuna i Penelope sulla Luna ci mettono pure del loro, padroneggiando la materia con discreta scioltezza: in apertura di “Back to the teenage” infilano ad esempio un riff sabbathiano, per la struttura portante di “Space donut” progettano sognanti architetture quasi prog e altrove vanno a comprimere la propria vena sonica in stacchi vigorosi di matrice più propriamente math (la seconda parte della valida “Butterfly drama #2”). Nel complesso una manciata di brani costruiti con intelligenza (anche avvalendosi del violino di Massimo Bevilacqua dei Milaus in quattro episodi) e un disco che si lascia ascoltare con piacere, per quanto rischi a più riprese di suonare già “sentito”.

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 REVOLVING DOORS
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My Little Empire è l’assioma vincente della personalità costruttiva delle culture post-rock qui sintetizzate in una formula che ha nell’essenza solo-strumentale la propria carta vincente, perché effettivamente le parole in questo caso sarebbero di troppo, almeno per ora. Penelope Sulla Luna è una band ferrarese che catalizza la propria attenzione sonora verso la più smaniosa e fruttuosa sperimentazione, sfociando dai confini nu-metal, a quelli new wave e rock, elettronici, ricreando atmosfere prelibate alla Mogway. Ipnotismi puliti, malinconie nelle chitarre, battenti ritmi e avvolgenti richiami dal nostalgico al penetrante, a tratti soffocante da quanto intenso. Le contaminazione stilistiche sono sublimate attraverso la comunicazione musicale oltre il testo, allo scopo di costruire intrecci di note elegantemente assemblate, un po’ a rifocillare la scia dei Giardini di Mirò. I Penelope senza Luna graffiano con episodi di cui colpisce la matrice da soundtrack emozionante (Last Show On The Radio e Butterfly Drama #1 e #2 su tutte) e momenti malinconici da ballata strumentale con attimi elettronici calibrati (Melodia – per teste rotte sugli scogli e Space Donut), ed infine agitazioni (Fortunadrago e Third Brain Drain) ammalianti nella miscela più ruvida del rock. Da sottolineare la ghost track, che riversa in urla strazianti simil hardcore-metal: l’indefinito dipinto emotivo del sogno appassionato che circonda impalpabile l’intero album, come fosse il risveglio da un lungo sogno intrecciato in varietà multiformi di canzoni ora rilassate, ora potenti.

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 SENSORIUM
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Da Ferrara esordiscono i cinque protagonisti di Penelope Sulla Luna, a seguire un demo autoprodotto ed uno split album. Per essere la prima sortita sulla lunga distanza (l’opera dura oltre cinquanta primi), il risultato finale suona convincente: i ragazzi sono dotati tecnicamente e, soprattutto, riescono a tener viva l’attenzione di chi si pone all’ascolto evitando bruschi cali qualitativi.Trattandosi di un lavoro completamente strumentale, la noia potrebbe fare capolino tra un brano e l’altro, ma non é questo il caso di “My Little Empire”, anche quando gli episodi inclusi (cfr. “Big whoop”) sorpassano allegramente i dieci minuti di durata. Preso atto dei lati positivi, bisogna peraltro ammettere che questo disco dice poco di nuovo, restando ancorato alla ‘tradizione’ post-rock degli ultimi anni: l’influenza degli albionici Mogwai é a dir poco evidente tra questi solchi (l’oramai abusata alternanza di pieni e vuoti sonici, gli arpeggi ipnotici, l’abuso di distorsione), al pari di quella dei nostrani Giardini Di Mirò, a loro volta discepoli dei precursori di “Young Team”.Siamo dunque al cospetto della solita disamina, ovvero l’analisi di un tomo promettente e ben suonato, ma al contempo senza dubbio derivativo. I Penelope Sulla Luna addizionano alla ‘solita’ ricetta un ingrediente progressivo che, se non altro, permette di sfuggire al canovaccio risaputo : sta a loro distinguersi dal cumulo massificante per affermare la propria personalità. Li attendiamo con fiducia alla prova del secondo album.

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 KDCOBAIN
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Nasce come autoproduzione in edizione limitata “My little Empire”, debutto dei Penelope Sulla Luna, band post-rock italiana che fonde l’elettricità alla melodia in maniera suadente sfruttando la coesione tra malinconia e pura energia rock. “My little empire” è un piccolo concentrato di emotività rock che band come i Tristeza o i Godspeed You Black Emperor hanno saputo regalare. C’è chi dice che è più difficile comporre un disco strumentale rispetto a quelli cantati e forse è proprio così. Ma questo non sembra spaventare i Penelope Sulla Luna che riescono ad incantare con le loro atmosfere dilatate, i loro suoni sempre in bilico tra pulito e distorto e i loro crescendo evocativi.”My little empire” è una buonissima opera prima che si cimenta nel difficile compito di comunicare solo attraverso la musica, senza testi e parole. Un album che attraverso nove tracce conduce l’ascoltatore per mano in sentieri inconsci che forse non aveva mai esplorato. Un’ottimo stile quello dei Penelope Sulla Luna che riescono ad ammaliare già con il loro debutto.

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